L’idea di un seminario dove tutti possono diventare allo stesso tempo docenti e discenti e dialogare liberamente, senza nessuna pompa accademica, è alla base della mia esperienza a Parigi durante gli anni Novanta del secolo scorso, allorché mi imbattei senza alcun merito e molta fortuna in Milan Kundera. Kundera dal 1980, quando da Rennes giunge a Parigi, si insedia all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e lì comincia a formare un gruppo di persone provenienti da molti paesi. Beh, formare forse non è la parola esatta. Diciamo che si attornia di persone che gli vanno a genio con cui leggere e discutere quel che lui ha chiamato «il romanzo europeo dei Tempi Moderni». Il seminario di Kundera si conclude nel 1997, mantenendo sempre le stesse caratteristiche: una brigata cosmopolita di lettori che fanno molte domande – che imparano a domandare –, molto umorismo, proverbiale discrezione, consapevolezza, sempre più acuta, che il romanzo moderno è un’arte con una sua storia e che questa storia sarà possibile finché ci sarà qualche lettore che imparerà a farsi domande su che cosa esplora l’arte del romanzo. 
Il SIR si occupa del romanzo di Rabelais e Cervantes come di Musil e di Rushdie, ma anche di  molti altri autori contemporanei italiani e stranieri, senza distinzione di patria e di lingua. Del resto queste distinzioni, oggi più di ieri, non hanno alcun senso. La storia del romanzo è sempre stata sovranazionale, come quella di ogni altra arte. Perché in piena globalizzazione, il romanzo dovrebbe nazionalizzarsi, provincializzarsi? Perché non dovremmo essere più in grado di distinguere le diverse civiltà? Si può onestamente vivere, pensare, parlare al di fuori di una civiltà? Certo, lo so, il lettore, l’uomo che legge, questo esemplare sempre più in via d’estinzione, oggi è alquanto confuso. Una bussola? Il Nord è avanzare verso il passato: senza Rabelais non si capisce nulla di Rushdie. E viceversa. 
Il SIR da sempre si preoccupa di andare nelle scuole medie superiori e nei licei, di agganciare studenti e insegnanti e le altre istituzioni culturali del territorio. No, nessun intento edificante o superpedagogico. Sappiamo che al centro del mondo degli adolescenti di oggi il romanzo e la letteratura non occupano più il posto che occupavano un tempo. L’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza sono diventate dei target editoriali. Meno si legge più proliferano i target: è la legge del mercato. Sappiamo che ci sono molti altri media che la fanno da padrone tra i ragazzi. Ma questo dovrebbe spaventarci? La paura è il primo passo verso la paranoia. E la noia. Dopo ogni incontro del SIR, vorremmo lasciare ai ragazzi l’impressione che il romanzo è tutto fuorché noia. Tutto fuorché intrattenimento. Vorremmo inoculare in loro l’idea che il romanzo è una maniera di conoscere il mondo. Grazie ad alcuni personaggi romanzeschi molti lettori hanno trovato e trovano la possibilità di esplorare e mettere a fuoco le loro esperienze. Così come il romanziere è guidato in modo non sempre chiaro dai suoi personaggi – è per così dire l’apprendista del suo maestro, il personaggio –, così i lettori, lasciandosi guidare in modo non sempre chiaro dall’opera romanzesca, arrivano a svelare luoghi della loro vita quotidiana.
«È proprio così!», si dice quando qualcosa ci è rivelato. Il romanzo appunto rivela, non documenta la vita.

M. R.